Anna Canuti - Orchideria di Morosolo - una medicina per l' anima

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Anna Canuti

Il mio primo incontro con le orchidee è avvenuto circa 30 anni fa a Samaden in Engadina nel mese di agosto. Nella vetrina dell’unico fiorista della località svizzera c’era una mini Phalaenopsis con mini fiori violetti a grappolo.Entrai subito nel negozio e il fiorista ci tenne a precisare che costava molto, nonostante la piccolezza. Evidentemente non mi riteneva all’altezza della spesa, ma io senza fare una piega l’acquistai, decisa a non privarmi di tanta bellezza.Per parecchi anni la piccola orchidea rifiorì puntualmente. Passò purtroppo a miglior vita improvvisamente grazie ad un errore: l’avevo messa nello stesso sottovaso di una orchidea acquistata già malata a livello radicale. Non ne ritrovai più una simile. Poi di quando in quando, con l’aiuto e la passione

di mio marito,continuai a comprare qualche pianta di Phalaenopsis e anche di Cattleya, quest’ultime più difficili da coltivare in appartamento anche se sono riuscita a farle rifiorire più di una volta.
La mia collezione si è arricchita solo da 6 anni, da quando ho un balcone al mare in Liguria.
Ora ho circa 25 Phalaenopsis e 3 Cymbidium di colori diversi.
D’inverno le tengo a Milano, dove abito, in appartamento davanti a 2 porte finestre del soggiorno molto grandi esposte a sud-ovest. Ovviamente le riparo dal sole diretto con le tende o le veneziane.
Le bagno sempre con l’acqua piovana che raccolgo.
A metà aprile le porto al mare, dove le tengo sul balcone esposto a sud-est, riparate da un ramo di pino marittimo. Al mare sono affidate purtroppo al bagnamento automatico perché la sottoscritta le va a trovare solo una due volte al mese, a parte luglio e agosto. Alla fine di ottobre le riporto a Milano.
Le 3 piante di Cymbidium sono invece sempre al mare all’aperto e quando stanno per fiorire (gennaio) le porto a Milano per godere della loro magnifica fioritura.
Al mare, dove c’è poca escursione termica, le piante si rigenerano e producono molti fiori.
Dopo un mese che vivono all’aperto e respirano aria salubre, si rinforzano, diventano più rigogliose, sembrano cambiare pelle proprio come esseri umani.
Di errori nella coltivazione penso di averne fatti
 
tanti dalle troppe annaffiature alle scarse concimazioni, però, nell’insieme, da neofita me la cavo abbastanza e loro, come fanno i figli di genitori inesperti, si adattano alle mie mancanze e cercano di sopravvivere.
Hanno cambiato la mia vita? Penso di sì e in positivo. Quando mi alzo al mattino, sono i primi esseri viventi della mia famiglia che vado a salutare. Le ho messe nel soggiorno così che il mio sguardo quando leggo o mi riposo o telefono si posi il più possibile su i loro fiori, forme e colori.
La loro visione è semplicemente rasserenante.
Curarle rilassa e riconcilia con la vita sempre piena di piccoli grandi problemi.
Sono il mio vanto e quando qualcuno in visita le ammira, faccio la ruota come Cornelia la madre dei Gracchi.
Sono riuscita a trasmettere la mia passione anche ad alcuni parenti ed amici che hanno provato a loro volta a coltivarle. Le orchidee diventano così argomento di conversazione e scambio di esperienze.
Sogni nel cassetto non ne ho, perché vivendo in un appartamento coltivo facilmente soprattutto le phaleonopsis e in numero limitato causa spazio. Sono ,però, contenta e soddisfatta anche di quel poco che riesco a fare.
 
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